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Le virtù di S. Pio X: la semplicità

Pio X Essere semplici non è cosa semplice. È spesso un dono di natura, al quale però, la volontà deve sempre portare il suo contributo. Semplicità è l’espressione spontanea e sincera del proprio essere. Trovate un’anima veramente umile, convinta di quello che è, di quello che può, e la vedrete comportarsi con semplicità.

Semplicità significa assenza di complessità, cioè negazione di doppiezza, di ipocrisia, di inganno. La semplicità ha l’occhio limpido che guarda a Dio, il quale scruta nell’intimo. Il semplice dice quello che pensa, non agisce per secondi fini, va dritto allo scopo, non inganna sé stesso né gli altri. Ne ha accennato il ritratto Gesù stesso: “Il vostro linguaggio sia: «sì» se è sì, «no» se è no” (Mt., V, 37).

Il semplice non permette mezze misure, sovrastrutture, messinscena. Si mostra quello che è. In altre parole, semplicità vuol dire rettitudine, naturalezza nel pensare, nel parlare, nell’agire: è la verità vissuta.

 

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Semplicità è un alone di luce che rende ammirabile e imitabile la figura di S. Pio X. Era nato in una casetta povera, da famiglia povera, in un paese povero; questa era la sua storia vera. Per questo si presentò sempre per quello che era: un povero. Non ricercava comodi o singolarità; portava le vesti fino alla consumazione. Anche nell’episcopato di Mantova e nel patriarcato di Venezia risplendeva la decorosa povertà della sua casa natale e della sua canonica di Salzano. Povero era, e povero viveva; questa è semplicità.


Volle al suo servizio le sue sorelle: povere donne del popolo, avrebbero custodito attorno al fratello l’ambiente e le abitudini della povertà e semplicità di Riese. Anche sul più eccelso trono, qual è il Soglio Pontificio, Pio X rimase il Don Bepi di Tombolo e di Salzano, restò quello che era; cambiò solo la talare nera in un abito bianco, ma la fisionomia restò sempre quella dell’umile e del povero.

La magnificenza e lo splendore non scalfivano per niente Pio X, distaccato dal mondo e dalla sua ipocrisia; anzi, gli davano fastidio, come agli occhi di un inferno una luce solare troppo sfacciata. Eletto Papa, ci volle del tempo perché s’abituasse alle doverose grandezze esterne e, completamente, non vi si abituò mai. “Ecco come mi hanno vestito” disse tra le lacrime intrattenibili, mostrando ad un suo amico la veste pontificia.

Rivestito pontificalmente tra gli splendori della Basilica Vaticana, portava la dignità del sovrano e la maestà del Vicario di Cristo; deposto il triregno, riprendeva la sua innata semplicità. Non godeva, ma subiva le pompe ufficiali e gli usi della Corte papale. Lo confessò egli stesso con semplicità: “Qual pena dover seguire questi usi di Corte! Mi pare di essere Gesù catturato nell’orto, quando mi conducono attorno fra i soldati”.

Da parte sua emanò l’ordine che si diminuisse il corteggio; era innata riluttanza ad ogni sfarzo, per quanto riguarda legittimo. Nella vita privata non voleva cerimonie né onori. Non voleva dar incomodo al prossimo; dispensò lo scalco dall’assistere alla mensa; mandò, una notte, al riposo chi vegliava i suoi appartamenti; ridusse il servizio di Anticamera; recandosi nei Giardini Vaticani, non voleva la scorta delle Guardie Nobili e l’accompagnamento dei Camerieri Segreti Partecipanti; sbrigava la corrispondenza da sé, scrivendo anche le minute firmate col nome del segretario che doveva rispondere.

Più volte ripeteva a quanti gli stavano vicino: “Non voglio con me nessuno stia a disagio. Ognuno deve far conto di essere come a casa sua”.

Quando scendeva nella Basilica Vaticana, non voleva sentir acclamazioni; nelle udienze private ordinarie non permetteva il bacio del piede; invitava, anzi, a sedere, ed era lui che preparava talvolta la sedia. Sorvolando al protocollo dei suoi Predecessori, ammetteva con facilità i fedeli in udienze pubbliche e private, ricevendoli con affabilità incoraggiandoli a parlare e a chiedere direttamente ciò di cui avevano bisogno. Rilasciava di buon animo suoi autografi con parole dolci e paterne. S’intratteneva in conversazione semplice e, talvolta, scherzosa, con i suoi Aiutanti di Camera e con i vecchi giardinieri; s’interessava della loro salute, delle loro famiglie, dei loro bisogni. All’osservazione che quasi s’abbassava troppo con gli inferiori, un giorno Pio X commentò: “Sta a vedere chi sono inferiori, se loro o noi; perché, secondo il giudizio di Dio, il mondo sarà tutto a rovescio di quello che vediamo noi”.

Non trovandosi pronto in cappella il cameriere Silli, talvolta, con la più innata semplicità, si prestava lui, il Papa, a servir la messa al suo segretario.


Nei primi giorni del pontificato, l’incaricato dell’araldica pontifica gli chiese qual titolo nobiliare si dovesse dare alle sue sorelle; Pio X, che chiamava ogni cosa con il suo semplice nome, colle per le sorelle altro titolo che quello che già possedevano: «sorelle del Papa». Anche nella corrispondenza, pur Sommo Pontefice, si confermava ai suoi parenti e amici con l’attributo di «affezionatissimo», inviava i suoi «baci», e mandava saluti e auguri a quanti conosceva con uno stile epistolare tutto semplicità.

Il povero figlio di un cursore comunale e di una sarta di Riese rimase sempre (perché così volle essere) il semplice Bepi, il povero curato di campagna, il servo dei mantovani, il patriarca dei barcaioli, il Papa padre di tutti, specialmente dei poveri e dei tribolati.

 

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Il nostro mondo di oggi (meglio: ognuno di noi) è senza semplicità.

C’è un prurito di apparire ciò che non si è. Nascondiamo il nostro misero essere e la nostra umile origine sotto sgargianti colori di vestiti, sotto i più strampalati tagli della moda, sotto pomate, brillantine, cosmetici, polveri, biacche e rossetti, sotto comportamenti e atteggiamenti per nulla sinceri, vogliamo far credere; vogliamo gettare la polvere sugli occhi, affinché gli altri non ci vedano nella schietta realtà.

Questo nostro mondo, che si basa sulla doppiezza e che non capisce i valori evangelici di povertà, di semplicità, di umiltà, di nascondimento, fa dell’uomo una vetrina, cioè un ostentatore di quello che non è e di quello che non ha.

Pochi pensano ad essere, molti pensano ad apparire. È mancanza di semplicità, che talvolta è amicizia e sempre una pagliacciata. La vita non è una commedia; non è il caso quindi di travestimenti.

Cristo fu severo contro gli uomini privi di semplicità e li denominò “sepolcri imbiancati” (Mt., XXIII, 27) e disse a quanti lo vogliono seguire: “Siate semplici come colombe” (Mt., X, 16).

Pio X, il santo della semplicità, insegna: Via le porporine e le vernici e i fronzoli che nascondono! Presentiamoci a Dio, a noi stessi e agli altri con evangelica francescana semplicità.

 

 

 

P. Fernando Tonello, cappuccino – Ignis Ardens maggio-giugno 1962

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