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Santuario di Maria Assunta delle Cendrole

 

Cendrole da Sud-Ovest

Il Santuario

L’antichità di Cendrole ha origini romane. Il nome stesso viene da cinerulae, con allusione alla cremazione dei morti, pratica di origine pagana. Nel luogo dove sorge l’attuale santuario, risulta infatti, in età romana, esistere un culto dedicato alla divinità femminile Diana, vergine dea della caccia e delle selve (i dintorni di Cendrole erano un tempo caratterizzati dalla presenza di una folta vegetazione boschiva).

A conferma di ciò, nel 1730, durante i lavori per la costruzione della nuova chiesa, fu rinvenuto un frammento di epigrafe marmorea (il cippo di Lucius Vilonius), che attesterebbe la volontà testamentaria di erigere in quel luogo un tempio dedicato alla dea Diana. Il passaggio, quindi, dal culto pagano a quello mariano in età cristiana troverebbe un’ulteriore giustificazione, considerando che, come precisa il Bordignon Favero, "La dea vergine Diana, che nessun mortale può vedere nelle sua nudità, è anche la dea dei soldati… è chiamata con nome greco di Selène ed è raffigurata nel quarto della luna crescente, come più tardi ugual simbolo sarà specifico della Immacolata Concezione di Maria".

SteleCendroleLa stele di Lucius Vilonius ritrovata nel Santuario (clicca per ingrandire).L’originaria chiesa di Cendrole, dedicata a Santa Maria Assunta, è tra i più antichi istituti religiosi locali e rappresenta il primo nucleo cristiano di Riese. La pieve delle Cendrole ha la supremazia sulle chiese di Vallà e di Poggiana ma, probabilmente a causa del mutamento di alcune vie di comunicazione, quando il centro che gravita attorno all’istituto viene gradualmente a spostarsi verso l’attuale centro storico di Riese, anche la chiesa (e la località) di Cendrole perde gradualmente la sua supremazia, fino a che, nel 1550, sarà privata di ogni espressione di parrocchialità, assumendo l’aspetto sostitutivo ed esclusivo di santuario mariano.

Conseguentemente a ciò, iniziò pure il declino strutturale dell’edificio architettonico, già piuttosto accentuato nel Seicento e giunto ad un punto tale nei primi anni del Settecento che, nel 1730, si decise di demolire la fatiscente vetusta chiesa e di costruirne una di nuova.

Il progetto del nuovo edificio fu affidato ad Ottaviano Scotti architetto e nobile trevigiano che, come più tardi Andrea Zorzi, fu allievo di Francesco Maria Preti. I lavori di costruzione durarono circa trent’anni: nel 1761, infatti, a chiesa ultimata, fu commissionato a Gaetano Candido (Este, 1727 – Venezia, 1813), come per la parrocchiale di Spineda, uno dei suoi celebri organi (con cassa armonica sagomata, intagliata, dipinta e dorata), che fu collocato dove tutt’ora si trova, nella parete interna dell’ingresso, sopra il portale.

L’esterno del santuario, affiancato dal campanile, si presenta con un inconsueto slancio in alto della verticalità dell’edificio. Il perimetro esterno e la sagomatura delle pareti dichiarano apertamente il movimento strutturale interno ad unica navata della chiesa, seguendo l’andamento sinuosamente spezzato delle curvature.

La facciata è risolta con una prominenza in avanti della parete, ripartita orizzontalmente in tre ordini: un alto basamento che si apre al centro in corrispondenza del portale e che sorregge, in aggetto, subito ai lati dell’ingresso, due semicolonne di ordine tuscanico; un cornicione-architrave ampio e riccamente decorato; la soluzione dell’alto attico, aperto in centro da un finestrone concluso a lunotto; e in fine, a coronare la facciata, l’esile ma delicato timpano.

Quello che all’interno appare armoniosamente calibrato nella verticalità grazie ai partiti decorativi, qui s’irrigidisce in una sorta di forzatura imposta dal dover giustificare architettonicamente all’esterno l’equilibrato slancio verticale dell’interno. L’interno, come una cassa armonica vibrata dalle modulazioni decorative, è un unico vano a pianta rettangolare con angoli smussati che si apre, al di là dell’arco trionfale, nel presbiterio.

Le pareti sono ritmate da un’elaborata partitura decorativa, scandita dal susseguirsi delle colonne corinzie, poggianti su alti basamenti, che sorreggono l’interruzione orizzontale dell’esteso cornicione. Sopra il cornicione, un ulteriore rialzo parietale (come l’attico nella facciata, ma qui armonicamente fuso con l’insieme) accentua la verticalità dell’interno che si conclude con il soffitto a bauletto.

Sulle pareti di smussatura perimetrale, in due ordini si aprono i luminosi finestroni, sotto ai quali, in nicchie, trovano posto le quattro statue in pietra (?) raffiguranti (da destra entrando) Mosè, Ezechiele, Isaia e Davide, opere firmate e datate (1910) dallo scultore Francesco Sartor, nipote del papa.

Il presbiterio, rialzato dai consueti gradoni, è stato oggi insensatamente denudato delle sue balaustre originali, privandolo così di quel punto di sosta ottica per lo sguardo che serviva a giustificare armonicamente lo slancio verticale del vano. Tra le opere che si conservano nella chiesa, a livello devozionale, merita particolare menzione la seicentesca scultura lignea dell’altar maggiore, dorata e dipinta, della Madonna delle Cendrole, simbolo del culto mariano del santuario (il Melchiori ricorda una preesistente …"Immagine di Maria Vergine di antichissima struttura a similitudine di quelle che si venera nella Santa Casa di Loreto"…).

Di interesse, e certamente eseguiti sui disegni dello Scotti, sono anche i due altari laterali, opera di un lapicida veneto del XVIII secolo, in marmo bianco e violetto con quattro colonne corinzie; come interessante è l’altar maggiore, sempre di un lapicida veneto del XVIII secolo, in marmi policromi con quattro colonne corinzie.

L’opera pittorica di maggior rilievo è sicuramente la tela attribuita a Luca Giordano (Napoli, 1634 - 1705), pittore di origine napoletana straordinariamente fecondo, soprannominato "Luca Fapresto", perché il padre, da giovinetto a Roma, voleva che dipingesse velocemente copie dei più importanti dipinti dei maestri del Cinquecento per venderli altrettanto velocemente; fatto sta che questo artista fu famoso, oltre che per le sue alte doti pittoriche, anche perché lavorava effettivamente con velocità così prodigiosa e facilità così sorprendente da meritarsi in tutto il soprannome.

Non solo copiò, ma imitò, e quasi falsificò, la maniera di artisti contemporanei dai quali si sentì inizialmente particolarmente attratto, tanto che alcune sue opere giovanili furono confuse, ad esempio, con quelle di Josepe de Ribera, detto lo Spagnoletto, del quale Luca fu scolaro. Viaggiò molto e, dopo Roma, fu presto a Bologna, Parma e Venezia, dove il suo classicismo si arricchì di una sensibile luminosità cromatica e di un ampio respiro compositivo.

La sua prodigiosa velocità nel dipingere quasi sempre con alta ed impeccabile qualità (egli stesso diceva di usare tre pennelli: uno d'oro, per papi e monarchi; uno d'argento, per l'aristocrazia; ed uno di bronzo per la borghesia), gli permise d’essere chiamato a lavorare in numerosissime città italiane e all'estero, risiedendo infatti per un decennio alla corte di Spagna (1692-1702). L’opera ascrivibile a Luca Giordano conservata a Cendrole, come sembrerebbe confermare la numerazione posta sul recto della tela (tipica delle opere, dopo il periodo napoleonico, ricoverate presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia, al seguito della soppressione di numerosi istituti religiosi in città e nel Veneto), dovrebbe provenire da Venezia, giunta da noi probabilmente grazie all’intervento di Jacopo Monico (come abbiamo già visto per le due tele del Diziani). Collocata sulla parete laterale del presbiterio, raffigura Il sacrificio di Noè ed è stata eseguita con stilemi figurativi ancora legati ad un classicismo d'impronta romana e bolognese, databile, pertanto, forse al periodo del suo primo soggiorno veneziano (verso la fine degli anni Sessanta del Seicento).

Anche l’opera di Gregorio Lazzarini (Venezia, 1655 – Villabona Veronese, 1730), del quale come abbiamo visto si conserva una sua opera anche nella chiesa di San Matteo, fu data in deposito dalle Gallerie. Di rimpetto a quella attribuita al Giordano, nel presbiterio, raffigura Il sacrificio di Abramo, dipinta a cavallo del secolo con un fare pittorico che mostra sciogliere il suo gusto formale, fatto inizialmente su di una stesura levigata e ferma, in una tenerezza più fusa del colore meditata sugli esempi proprio del Giordano, per giungere quasi a precoci risultati di barocchetto.

Diverse le opere di pittori oggi ancora anonimi che si conservano nel santuario, a cominciare dagli affreschi del soffitto e del lunotto sopra il portale d’ingresso, opera di un artista del XVIII secolo (? - comunque sia dopo il 1760), raffiguranti rispettivamente la Gloria di Maria ed il Padre Eterno con Gesù Cristo assisi sul globo terrestre.

Di buona qualità pittorica è anche la tela ottagonale settecentesca posta sul soffitto del presbiterio, raffigurante l’Assunzione di Maria; mentre di lettura difficilissima, a causa delle estese ridipinture e del suo stato di conservazione, è la tavola datata 1524 (?) raffigurante la Madonna del perdono, che pare comunque avere più valore devozionale che artistico, trattandosi di opera probabilmente di carattere popolare.

Interessante, invece, è la paletta centinata di Noè Bordignon (dotato artista esponente del Verismo veneto di fine secolo, che con lucida vena vernacolare, talvolta di sapore ancora romantico, ha saputo in molte sue opere mettere in risalto la realtà socio-rurale dei ceti meno abbienti della sua epoca) posta sull’altare di destra, curiosamente datata “Roma 1879” e raffigurante Sant'Eurosia.

Nei riquadri delle pareti laterali della navata, per dono di Pio X, sono oggi collocate otto tele databili alla fine dell’Ottocento, tutte copie di importanti dipinti antichi; in quei riquadri dovettero in origine trovare collocazione le otto alquanto modeste tele settecentesche raffiguranti scene dell’Antico Testamento, oggi conservate nell’adiacente cappella di San Biagio.

Sempre nella cappella di San Biagio, di fattura decisamente più discreta, è la paletta centinata raffigurante la Sacra Famiglia, opera datata 1801 di Sebastiano Chemin; mentre scadente di qualità è quella raffigurante Sant'Eurosia, di pittore anonimo del settecento (queste due ultime opere dovettero in origine trovar posto la prima, nell’altare di sinistra, dove oggi si conserva l’effigie di Pio X, la seconda nell’altare di destra, al posto dell’opera del Bordignon).

 


* Parte delle notizie sopra riportate sono state tratte da GIAMPAOLO BORDIGNON FAVERO, Castelfranco Veneto e il suo territorio nella storia e nell’arte, Cittadella, 1975, vol. II.


Fonte: Marco Mondi

 

L'organo Calidiano

L'organo della Chiesa di S. Maria di Cendrole è un'opera preziosa dell'organaro Gaetano Calidio, che lo eseguì nel 1761, quando la riedificazione del Santuario era quasi ultimata, dietro commissione della fabbriceria di quel tempo.

Il contratto dice testualmente: «Patto stabilito tra il signor Gaetano Calido, organaro, da una, con li massari e deputati della chiesa della B.V. delle Cendrole, dall'altra, cioè si obbliga il deto signor fabricare l'organo di detta chiesa, coli seguenti registri: principale bassi, principale soprani, voce umana, contrabasse e sua ottava, sei accoppiamenti, corneta, flauto, tamburo e cuco. Si tira tutto con mano. Sora, organo sostanziale di piedi otto; la faciata di piedi cinque. La faciata sarà di stagno finissimo di Malacha, composta di canne n. 21, ben lavorate e sonore. Le canne interne di piombo, con 20 per cento di stagno, ben lavorate, de bon peso e de bona armonia».

Come è facile comprendere, si tratta (o piuttosto si trattava) di uno strumento prezioso. Possedere un «organo Calido» significa, per una parrocchia, quello che significa per un privato possedere un violino Stradivario. Sono dei eri tesori, sia in valore di denaro, sia in valore artistico-musicale, in quanto dopo di quell'epoca la tecnica non è più riuscita a conseguire impasti di sonorità ugualmente delicati ed espressivi.

Si é prospettato il dubbio se l'organo di Cendrole conservi ancora intatta e inalterata l'originaria dotazione di registri. In effetti essi sono, anche al presente, in numero di dieci, come erano all'epoca della costruzione; tuttavia vi figurano adesso delle varianti, che soltanto gli esperti potranno definire se puramente nominali o sostanziali. Per esempio, esistono tutt'ora la «voce umana», il «flauto», un «principale di 8», un «contrabasso», mentre sono apparsi una «viola», una «decima quinta» ed altri registri di denominazione nuova, che come già detto, gli esperti esamineranno.

Comunque sia ecco l'elenco dei registri attuali: principale 8, ottava 4, decimaquinta 2p, ripieno 4f, viola 4, flauto 4, voce umana 8, tromba 8, contrabasso 16, bordine 8. I tasti sono 56, la pedaliera risulta di due ottave abbondanti a tasti diritti, le canne della facciata sono 25, mentre nel contratto di fabbricazione si parlava di 21; lo strumento sta sopra la porta principale del santuario, racchiuso in una elegante cassa armonica di legno che, aprendosi in un ampio arco rinascimentale, sostenuto da fasci di colonne corinzie, ripete vagamente il motivo architettonico dei due altari laterali. Una ben modellata cantorìa sta alla base della nobile e armonica costruzione.

Per chi desiderasse conoscere le vicende storiche del nostro organo calidiano, riferiamo quanto ci viene dai pochi documenti esistenti. Una ventina di anni dopo la costruzione, un Calido venne da Venezia per una pulitura e revisione ed ebbe L. 108; circa un secolo più tardi fu convocato per la revisione il valente organaro Bazzani, veneziano anche lui: trovò lo strumento in buono stato, fece una bella pulitura, sostituì qualche molla, livellò la tastiera.

Infine abbiamo documenti di quello che è stato l'ultimo intervento di rilievo. Lo attuò nel 1911 la ditta Malvestio di Padova, che pare avesse sollecitato l'incarico per offrire un lavoro di buon pregio, che risultasse gradito al Papa Pio X. Questi non tardò ad inviare un suo generoso contributo.

Il fatto che il Malvestio in una sua lettera dell'agosto 1911 parla della «ultimazione delle canne in fabbrica e dello loro prossima spedizione» non giustifica, a nostro avviso, il sospetto di qualche indebita sostituzione, ma piuttosto induce a pensare alla necessaria riparazione di quelle che erano deteriorate dal tempo, o alla costruzione di altre ex-novo, come quella della «viola» aggiunta in quella circostanza.

Auguriamoci che presto il prezioso gioiello riesca ad imboccare la via del restauro completo, che gli ridoni il primitivo valore.

Sandro Favero

Cendrole_Commemorazione_1000_anni_800x587.jpgSopra la porta principale si vede l'organo Calidiano.

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Fonte testo e immagine: Libro "Cendrole in Riese Pio X, nel primo millennio della sua storia cristiana 972-1972"

 

 

 

 

Chiesa Giubilare 2016

redim.jpgFoto: Silvano ZamprognaIl Santuario delle Cendrole è stato dichiarato Chiesa Giubilare dal Vescovo di Treviso, con la possibilità, dal 12 febbraio 2016 al 21 agosto 2016 (festa di San Pio X) di vivere il Giubileo della Misericordia proclamato da Papa Francesco e acquistare l'indulgenza.

La porta Santa è stata aperta Venerdì 12 Febbraio 2016 alla presenza di oltre mille persone, con una messa celebrata dal vescovo di Treviso, monsignor Gardin, insieme a monsignor Jean Luis Balsa, vescovo di Viviers, in Francia, che nella sua diocesi accoglie una comunità delle Discepole del Vangelo, ordine presente anche a Riese. «Oltre alle Cendrole», ha detto il vescovo, «abbiamo ritenuto che il dono del Giubileo fosse ottenibile nella nostra diocesi anche nel Duomo di San Donà e nei Santuari Antoniani di Camposampiero, oltre che nella Cattedrale di Treviso. Ma che significato ha la porta santa? Non è qualcosa di magico, ma il segno del passaggio da una condizione all’altra, vuol dire entrare in relazione con Gesù. Non avrebbe senso passare la porta santa se non viviamo tre tesori: la Parola di Dio, il Battesimo e l'Eucarestia. E un quarto, in questo anno particolare, quello della Riconciliazione. Si entra dalla porta santa per il desiderio della misericordia del Signore, ma si deve uscire essendo misericordiosi a nostra volta».

Nel santuario delle Cendrole è stato possibile ottenere l’indulgenza plenaria prevista dal Giubileo fino al 21 Agosto, festa di San Pio X. Per tutto questo periodo la chiesa cara a San Pio X è rimasta aperta ai fedeli ogni giorno dalle 7 alle 19 con confessori a disposizione in vari momenti della settimana. Il paese natale di Pio X è tornato a essere una meta per l’Anno Santo, come lo fu per il Grande Giubileo del Duemila.

Questa volta, anzichè la chiesa parrocchiale che è anche santuario in memoria di San Pio X, è stato scelto il santuario mariano delle Cendrole. E ci sono stati numerosi pellegrinaggi che, oltre alla visita dei luoghi natali di Papa Sarto, hanno permesso di partecipare al Giubileo. (Fonte: Davide Nordio/La Tribuna di Treviso - testo modificato ex-post).

Porta Santa Cendrole 2016Foto: Silvano Zamprogna


Questo il percorso proposto, con le relative preghiere:

Percorso Misericordia 3 e 4Clicca per ingrandirePercorso Misericordia 1Clicca per ingrandirePercorso Misericordia 2Clicca per ingrandirePreghiere Giubileo Cendrole 2Clicca per ingrandire

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Discorso di Giovanni Paolo II in occasione della visita al Santuario

VISITA PASTORALE  IN VENETO

VISITA DI GIOVANNI PAOLO II
AL SANTUARIO DELLA MADONNA DELLE CENDRÒLE

Riese Pio X (Treviso), Sabato, 15 giugno 1985

Giovanni Paolo II a RieseCari fratelli e sorelle.

1. Considero un vero dono del Signore iniziare la mia visita nella terra natale del mio grande e santo predecessore Pio X da questo luogo, dove sorge il santuario che custodisce l’antica, veneratissima immagine della Madonna Assunta. Immagine assai cara al cuore di Giuseppe Sarto, il quale, quando era vescovo di Mantova, confidava di averla “innanzi agli occhi fin dagli anni della giovinezza”, e soggiungeva: “Voglia il Signore esaudire i miei voti di vederla anche nella mia vecchiaia, venendo a pregare in quella cara chiesa”.

Saluto tutti i presenti con sincero affetto, rivolgendo un particolare pensiero agli ammalati.

Da sempre questo Santuario è una mistica oasi di richiamo e di pace, centro di culto vigoroso e tenace, come vigorosa e tenace è la fede della popolazione di queste verdi campagne. Esso ha le sue origini nel sacello dedicato alla Madre di Gesù, eretto nel terzo secolo e dal 1500 in poi divenuto meta di incessanti pellegrinaggi.

2. Qui, appunto, il piccolo Bepi Sarto ricevette quell’impronta cristiana, che penetra nell’anima e nel cuore, e non si cancella più. Qui egli, accompagnato da mamma Margherita, veniva da fanciullo e imparava a colloquiare con Dio. Qui tornava da seminarista, ogni qualvolta rientrava per le vacanze. Qui sostò in preghiera prima dell’ordinazione sacerdotale, e qui venne poi a celebrare una delle sue prime Messe. Vi tornò in seguito, in occasione delle visite alla famiglia e al paese. Anche da lontano, a questa sacra immagine, che il popolo chiama “delle Cendròle”, correva spesso il suo pensiero, come si arguisce dalle parole scritte a Roma: “Oh, quanto volentieri volerei da questo luogo alla solitudine delle Cendròle per inginocchiarmi davanti a Maria e udire ancora il gaio squillo di quelle campane”.

Così Giuseppe Sarto, anche quando divenne Pio X, appare figlio affezionato di questo santuario, che ha prediletto, beneficato spiritualmente e materialmente; ne ha scritto da Papa una breve storia, stampata nel 1910 dalla Poliglotta Vaticana; ne ha incoronato l’immagine. A Maria egli si raccomandava, come si legge nella lettera scritta poco prima di morire al Vescovo di Treviso Monsignor Longhin: “Nei momenti dolorosi mi trasporto col pensiero e veggo tutto, come fossi presente, confortandomi col saluto alla Vergine Santissima”.

3. Cari Fratelli e Sorelle, di fronte a simile esempio noi sentiamo il bisogno di riflettere sui contenuti e sulle espressioni della nostra devozione mariana. Essa deve essere rapporto di amore e di confidenza con la Mamma celeste, sentimento di abbandono a lei, soprattutto nell’ora del dolore.

Questo Santuario ha una lunga tradizione in proposito. Già nel XVI secolo fu prescelto dalla Confraternita dei Battuti per le sue devozioni. E nel 1904 Pio X, nel suo amore a Maria e agli infermi, costituì l’UNITALSI, incaricata del trasporto degli ammalati a Lourdes e ai Santuari d’Italia. Per questa ragione io stesso, due anni fa, ho affidato la benemerita associazione alla protezione di San Pio X. Oggi, in veste di pellegrino al Santuario che gli fu caro, mi piace ricordare e confermare quella scelta.

E ora, prima di lasciarvi, nel salutarvi di cuore, voglio ripetere l’invito che già Paolo VI nel 1972 rivolse ai fedeli di Riese che si erano recati a Roma per il millennio di fondazione della parrocchia: “Pregate San Pio X e la Madonna delle Cendròle per noi e per tutta la Chiesa”.

Agli ammalati, che sono tanto cari al cuore di Maria, e a tutti voi la mia particolare Benedizione Apostolica.

Copyright © Libreria Editrice Vaticana

 

Fonte: Vatican.va

Pietà ed arte nel Santuario delle Cendrole

L’amore e la devozione di San Pio X per la Vergine, venerata nel santuario delle Cendrole in quel di Riese, formarono in ogni tempo la predilezione del giovanetto Giuseppe Sarto, del sacerdote, del Vescovo e Cardinale, del Pontefice Pio X; ne fanno testimonianza fra innumerevoli prove, le seguenti frasi: “… un Santuario (delle Cendrole), un Altare, una Immagine benedetta, che ho sempre dinanzi agli occhi, fino dagli anni della mia giovinezza e voglia il Signore esaudire i miei voti di vederla anche nella mia vecchiaia, venendo a pregare in quella cara Chiesa” (mons. Sarto, vescovo, a Margherita Andreazza-Parolin, 18 marzo 1892).

Ed ancora: “… grazie delle preghiere fatte e raccomandate per me, specialmente alle Cendrole, dove nei momenti dolorosi mi trasporto col pensiero, veggo tutto come io fossi presente, confortandomi col saluto alla Vergine Santa” (Pio X a Mons. A.G. Longhin 27 agosto 1913).

Era ben giusto che il caro tempio, sperduto nel verde della campagna, vigilato da alti pioppi e lambito dal torrente Avenale, ingemmato soprattutto dalla venerazione secolare del popolo dell’alto Trevigiano, fosse in ogni momento oggetto di cure e premure speciali per renderlo sempre più accogliente alle anime desiderose e bisognose di elevazioni e di aiuti spirituali.

Mosso da questo sentimento, l’arciprete mons. Valentino Gallo, assecondato dal filiale e vivo interessamento di Mons. Lino Zanini, pure di Riese, volle che una «tavola», forse un ex voto, abbandonata, dimenticata in una vecchia sacrestia delle Cendrole, deteriorata dal tempo e dall’incuria, riavesse tutta la squisita bellezza d’arte primitiva e continuasse a cantare così le lodi a Maria.

Mons. Arciprete dispose perché la valentia di un artista ridonasse al dipinto il suo antico valore: mons. Zanini interpretò tale sentimento e tale desiderio con affettuosa premura ed oggi a noi è dato di ammirare, nel Santuario delle Cendrole, quel dipinto prezioso che, un lontano giorno, suscitò l’innocente ammirazione di Beppino Sarto.

Nessuna migliore descrizione dell’opera di quella che qui si riporta dallo studio di Mons. Zanini (“La Madonna del perdono”, estratto da Ecclesia n. 6 del 1955 – Città del Vaticano).

Ex voto Cendrole

“… Nel lontano 1524 mani devote e cuori pii dedicarono il quadro alla Regina del mondo, sotto la cara invocazione di MATER VENIAE, la Madre del Perdono; questa invocazione si trova per la prima volta in un inno gregoriano, attribuito a Pietro Netere de Argentina (Strasburgo), carmelitano vissuto nel secolo XIV; l’inno è molto conosciuto e diffuso tra i fedeli del mondo intero e comincia con la nota strofa:

«Salve Mater Misericordiae,
Mater Dei et MATER VENIAE,
Mater spei et Mater gratiae,
Mater plena sanctae letitiae».

L’artista non poteva meglio interpretare un mistero così pieno di grazia e di consolazione.

La composizione pittorica è in senso orizzontale; ai piedi del trono si leggono le parole dell’invocazione, già ricordata. Ai lati della Vergine, in atteggiamento umile, sono riprodotte due figure, forse quelle degli oblatori; alla destra, un uomo, in abito di magistrato veneziano o di procuratore della Repubblica Veneta, in atto di presentare una supplica alla Madonna del Perdono; a sinistra, in ginocchio, una donna nell’atteggiamento orante.

Si assiste, così, ad un dialogo proprio dell’anima, che implora perdono da Dio, per la mediazione infallibile di Maria. La Vergine, con amorosa dolcezza, sorregge sulle ginocchia il Pargolo Divino; la Mano materna si poggia sulle scoperte membra dell’Infante.

Ai fianchi, in primo piano, la composizione si arricchisce con la rappresentazione di due Santi: l’Apostolo Pietro e Maria Maddalena. Sono due richiami evangelici di colpe perdonate: Pietro, colui che per tre volte rinnegò il Cristo e per tre volte, poi, Gli riconfermò l’amore; Maria Maddalena, che conobbe troppo l’amore profano, ma che fu purificata dall’Amore divino. Sono due personaggi nello stesso tempo reali ed allegorici e rappresentano la storia di molte anime, in ogni tempo.

La scena ha il suo commento pittorico nell’uso indovinato dei colori; nella figurazione di un paesaggio lontano, che sfuma nel cielo azzurro, mosso e vario fino all’infinito, rievocando l’aperta e ridente pianura veneta; nell’ondeggiamento dei colli, di tenere linee, coperti di vegetazione.

Questa natura, tra monte e piano, è dolce senza essere molle e fa ripensare alla soavità di un perdono cercato ed ottenuto. Anche i tendaggi, che formano quasi una quinta dietro i Santi, entrano nobilmente nell’armonia di questa sacra rappresentazione all’aperto.

Si tratta quindi di una composizione nuova ed originale, che certamente si ispira alla posa rimica del monaco Pietro Netere e che non sembra aver avuto, fino ad oggi, altri interpreti, nella iconografia mariana”.

 

Il Figlio che torna: quadro di S.Pio X e la comunione ai bambini

Quadro a S. Pio X a Cendrole del 1955Clicca per ingrandireÈ questa la felice sintesi con cui Mons. Costante Chimenton – che Riese ama, riamato – seppe riassumere il significato del dono che l’inclito Ordine del Santo Sepolcro di Gerusalemme fece al Santuario mariano delle Cendrole di Riese, in atto di amore e di venerazione per San Pio X. I bianco crociati Cavalieri non potevano trovare una forma più squisita, nel duplice aspetto della fede e dell’arte, per eternare il proprio sentimento verso il Santo Pontefice, che fu Restauratore e primo Grande Maestro dell’Ordine.

Fin dalla data della Canonizzazione del Figlio nostro, S. Ecc. Mario Mocchi, Referendario d’onore dell’Ordine del Santo Sepolcro, promise di donare al Santuario delle Cendrole una tela che, ritraendo le dolci sembianze di Pio X, ne perpetuasse l’amore alla Vergine, centro e fulcro di tutti gli amori spirituali.

L’opera, commessa alla valentia ben provata del prof. Baccarini di Milano, autore di altri dipinti di San Pio X, fra i quali quello della parrocchiale nostra, ritrae il Santo nella luce della sua pietà mariana: Maria Assunta, fedelmente riprodotta dal Simulacro che si venera a Cendrole, appare circonfusa di luce, che si riverbera su uno stuolo di bambini, che formano dolce corona alla figura di Pio X.

Sono i bambini delle scuole di catechismo; sono i bambini della prima Comunione; sono i bambini chierichetti al sevizio dell’altare del Signore. Dolce trinomio che riassume l’apostolico zelo di Pio X Pontefice, per “restaurare ogni cosa in Cristo”; triangolo d’oro che racchiude le fonti della santità!

Il quadro, collocato sull’altare a sinistra, in ottima luce, parla eloquentemente non soltanto della valentia del prof. Baccarini, ma anche della sua acuta analisi psicologica per dare alla figura del Pontefice un’espressione di forza e di dolcezza insieme, quale si richiedeva per l’esercizio del più sublime mandato, della più divina missione: quella di avviare le candide anime al Giglio della immortalità.

Per la cronaca, sabato 1° ottobre, nel Santuario delle Cendrole, presente una piccola folla di popolo, oltre ottanta Cavalieri del Santo Sepolcro, tutti in bianco mantello, caricato della Croce rossa potenziata, convenuti da ogni regione dell’Italia, fecero ala a Mons. Vescovo, S. Ecc. Mantiero ed al Referendario S. Ecc. Mocchi, ai Mons. Chimenton e Gallo arciprete di Riese; la “pala” dell’altare, che era già stata benedetta dal Santo Padre a Roma, fu ammirata dai convenuti: Mons. Chimenton la illustrò dal lato artistico, con calda, competente parola; Mons. Vescovo aggiunse le proprie paterne espressioni di compiacimento e di ringraziamento per tanto dono, mentre dall’organo si sprigionavano le note degli inni mariani.

“Ignis Ardens” che desidera essere il portavoce della parrocchia di Riese, da queste colonne manda il proprio devoto, ammirato, fervido ringraziamento a S. E. Mocchi, ai nobili Cavalieri e alle Dame del Santo Sepolcro, all’artista prof. Baccarini ed umilia il proprio omaggio devoto a S. Em. Il Cardinale Nicola Canali, che con paternità, con zelo, con “raro intelletto di amore” regge e governa l’inclito Ordine del Santo Sepolcro, quale grande Maestro, successore di S. Pio X, nella ardua fatica magistrale.

Parla il Referendario, offendo la nuova Pala, della quale il rev.mo Monsignor Costante Chimenton descrive le figure e illustra i significati: ultimo oratore, è Sua Ecc. Monsignor Vescovo.

Sarebbe troppo lungo e piuttosto arduo ripetervi i diversi discorsi; e ne annoto una frase soltanto: “Pio X entra in questo Santuario: torna come Maestro …”.

Oh, avrebbe mai pensato il bimbo Bepin Sarto, quando, più di cento anni or sono, veniva qui, a offrire a Maria Vergine, Regina del suo piccolo cuore, i fiori sbocciati nelle fragranti aiuole dell’anima sua chiara e fidente, che ci sarebbe, un giorno, tornato così, con la bianca testa circonfusa dell’aureola dei Santi, a indicare agli uomini, le strade luminose del Cielo?

Intanto, scoppiano, or qua, or là, come minuscole folgori, i lampi del magnesio … Poi la cerimonia è finita e i personaggi importanti, anche i donatori, se ne vanno; restiamo qui noi, a guardare il quadro che, ormai, è “nostro”.

Ammiratelo con me: piove la luce dall’altro; la Luce e Dio stesso (durante la sua vita terrena, Gesù disse agli uomini: «Io sono la Luce del mondo: chi mi segue, non camminerà nelle tenebre …»); un raggio avvolge la Madonnina di Cendrole che appare lassù (ricordate che, a questo simulacro della Vergine, si rivolse sempre l’accorata nostalgia del Pontefice Santo?); un altro raggio investe la figura di San Pio X°; egli sta contemplando la sua celeste Signora, alla quale vuole affidare i fanciulli che lo circondano, in atteggiamento devoto, e sembra dica: - Tu, che sei stata il faro della mia vita, illumina il cammino di questi piccoli, stretti intorno a me!

I fanciulli della prima Comunione, quelli della Dottrina cristiana, quelli avviati al sacerdozio; ecco lo sfondo umano alla figura estatica del Santo!

Scelgo una di queste figure, uno di questi volti, più d’angelo che di creatura terrena, per dirvi: -Anche l’anima vostra si mostri così, candida e pura, fervida e pia, simile all’anima delineata nel visino di questa soave comunicanda, che stringe al cuore Gesù! – Guardatela: vi piace? Somiglia a una fanciulletta che io conoscevo e che, da tanto tempo ormai, è andata in Paradiso.

 Testo e foto in bianco e nero da Ignis Ardens di Ottobre-Novembre 1955

 

 

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