Sant'Antonio Abate
Patrono della Parrocchia di Spineda
Jacopo Carucci, Sant'Antonio il Grande, 1519, olio su tela, Galleria degli Uffizi, Firenze (via Wikimedia)
Antonio abate (in greco antico Ἀντώνιος, Antṓnios, in latino Antonius, in copto Ⲁⲃⲃⲁ Ⲁⲛⲧⲱⲛⲓ), chiamato sant'Antonio il Grande, detto anche sant'Antonio d'Egitto, sant'Antonio del Fuoco, sant'Antonio del Deserto e sant'Antonio l'Anacoreta, (Coma, 12 gennaio 251 – Deserto della Tebaide, 17 gennaio 356) è stato un abate ed eremita egiziano. Coma, l'odierna Qumans, era, nella tarda antichità, un villaggio situato vicino ad Eracleopoli, nel Basso Egitto.
Contemporaneo di Paolo di Tebe, è considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati; a lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, abbà, si consacrarono al servizio di Dio. La sua vita è stata tramandata dal suo discepolo Atanasio di Alessandria, che lo appoggiò nella lotta contro gli ariani. È uno dei quattro Padri della Chiesa d'Oriente che portano il titolo di "Grande" insieme allo stesso Atanasio, a Basilio e a Fozio di Costantinopoli. È ricordato nel Calendario dei santi della Chiesa cattolica e da quello luterano il 17 gennaio, ma la Chiesa ortodossa copta lo festeggia il 31 gennaio che corrisponde, nel suo calendario, al 22 del mese di Tobi.
Rimasto orfano, facendo suoi i precetti evangelici distribuì tutti i suoi beni ai poveri, si ritirò nel deserto della Tebaide in Egitto, dove intraprese la vita ascetica; si adoperò pure per fortificare la Chiesa, sostenendo i confessori della fede durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Tanti furono i suoi discepoli da essere chiamato padre dei monaci.
Vita del Santo
La vita di Antonio abate è nota soprattutto attraverso la Vita Antonii pubblicata nel 357 circa, opera agiografica scritta da Atanasio, vescovo di Alessandria, che conobbe Antonio e fu da lui coadiuvato nella lotta contro l'arianesimo. L'opera, tradotta in varie lingue, divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all'affermazione degli ideali della vita monastica. Grande rilievo assume, nella Vita Antonii, la descrizione della lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio. Un significativo riferimento alla vita di Antonio si trova nella Vita Sancti Pauli primi eremitae scritta da san Girolamo negli anni 375-377. Vi si narra l'incontro, nel deserto della Tebaide, di Antonio con il più anziano Paolo di Tebe. Il resoconto dei rapporti tra i due santi (con l'episodio del corvo che porta loro un pane, affinché si sfamino, sino alla sepoltura del vecchissimo Paolo per opera di Antonio) vennero poi ripresi anche nei resoconti medievali della vita dei santi, in primo luogo nella celebre Legenda Aurea di Jacopo da Varazze.
Antonio nacque in Egitto da una famiglia cristiana benestante, proprietaria di terreni, e trascorse tutta la sua esistenza nella sua terra natale. Rimasto orfano in giovane età, scelse di abbandonare ogni sicurezza materiale per intraprendere una vita di totale solitudine e preghiera nel deserto. Una scelta radicale e innovativa per il suo tempo: a differenza degli eremiti precedenti, che vivevano ai margini dei villaggi, Antonio si spinse nel cuore del deserto africano, dando origine a una nuova forma di eremitismo. Intorno al 312 si stabilì in una grotta sul Monte Kolzum, nei pressi del Mar Rosso, dove rimase fino alla morte.
La sua fama di santità si diffuse rapidamente in tutto l’Oriente cristiano e attirò pellegrini, malati e persone in cerca di conforto. Antonio li accoglieva tutti con disponibilità, offrendo parole e gesti di misericordia. A spingerlo verso questa vita di estrema essenzialità fu una frase del Vangelo rivolta al giovane ricco: «Va’, vendi tutti i tuoi beni e dona il ricavato ai poveri; poi vieni e seguimi». Antonio mise in pratica proprie queste parole, costruendo la sua esistenza sull’ascolto radicale degli insegnamenti di Cristo.
Nel deserto affrontò dure prove spirituali, tradizionalmente interpretate come tentazioni del demonio, episodi che nei secoli hanno ispirato numerosi artisti. Secondo la tradizione, dopo uno di questi combattimenti Antonio si rivolse a Dio chiedendo perché non fosse intervenuto prima. La risposta fu: «Ero accanto a te, Antonio, e attendevo di vederti lottare. Poiché hai resistito, sarò sempre in tuo soccorso». Il demonio, secondo i racconti, gli appariva spesso sotto forma di animali spaventosi; allo stesso tempo, animali reali, anche feroci, convivevano pacificamente con lui nella grotta. Per questo motivo Sant’Antonio abate è venerato come protettore degli animali domestici, oltre che come padre del monachesimo cristiano.
Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l'intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un'attività concreta. Così ispirato condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivano per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria.
Grotta dove visse Sant'Antonio Abate sul monte che domina il suo monastero (via Wikimedia)Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Gli consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.
In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all'anno. In questo luogo egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato dal demonio. Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando, secondo tradizione, "guarigioni" e "liberazioni dal demonio".
Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l'altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale. Antonio contribuì all'espansione dell'anacoretismo in contrapposizione al cenobitismo. Ilarione (291-371) visitò nel 307 Antonio, per avere consigli su come fondare una comunità monastica a Majuma, città marittima vicino a Gaza dove venne costruito il primo monastero della cristianità in Palestina.
Nel 311, durante la persecuzione dell'imperatore Massimino Daia, Antonio tornò ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati. Non fu oggetto di persecuzioni personali. In quell'occasione il suo amico Atanasio scrisse una lettera all'imperatore Costantino I per intercedere nei suoi confronti. Tornata la pace, Antonio, pur restando sempre in contatto con Atanasio e sostenendolo nella lotta contro l'arianesimo, visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì all'età di 105 anni il 17 gennaio del 356. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.
Per tutta la vita parlò copto, la lingua dei contadini egiziani, mentre ignorò il greco.
Le reliquie
Secondo Wikipedia
La storia della traslazione delle reliquie di sant'Antonio in Occidente si basa principalmente sulla ricostruzione elaborata nel XVI secolo da Aymar Falco, storico ufficiale dell'Ordine dei Canonici Antoniani.
Dopo il ritrovamento del luogo di sepoltura nel deserto egiziano, le reliquie sarebbero state prima traslate nella città di Alessandria. Ciò avvenne intorno alla metà del VI secolo: numerosi martirologi medievali datano la traslazione al tempo di Giustiniano (527-565). Poi, a seguito dell'occupazione araba dell'Egitto, sarebbero state portate a Costantinopoli (670 circa). Nell'XI secolo il nobile francese Jaucelin (Joselino), signore di Châteauneuf, nella diocesi di Vienne, le ottenne in dono dall'imperatore di Costantinopoli e le portò in Francia nel Delfinato.
Qui il nobile Guigues de Didier fece poi costruire, nel villaggio di La Motte aux Bois che in seguito prese il nome di Saint-Antoine-l'Abbaye, una chiesa che accolse le reliquie poste sotto la tutela del priorato benedettino che faceva capo all'abbazia di Montmajour (vicino ad Arles, in Provenza).
Nello stesso luogo si originò il primo nucleo di quello che poi divenne l'Ordine degli Ospedalieri Antoniani, la cui vocazione originaria era quella dell'accoglienza delle persone affette dal fuoco di sant'Antonio. L'afflusso di denaro proveniente dalla questua fece nascere forti contrasti tra il priorato e i Cavalieri Ospitalieri. I primi furono costretti così ad andarsene, ma portarono con sé la reliquia della testa di Sant'Antonio. A partire dal XV secolo, il priorato iniziò a sostenere di possedere la sacra reliquia, sottratta durante la fuga agli antoniani. La sacra reliquia venne solennemente riposta ad Arles nella chiesa di Saint-Julien, di loro proprietà. Nel 1517 il cardinale Luigi d'Aragona, nel corso di un suo viaggio per l'Europa, si recò sia a Saint-Antoine-l'Abbaye che a Montmajour e catalogò "osso per osso" le reliquie custodite in ciascuno dei due sepolcri rilevando la palese loro duplicazione e segnalando tutto al Papa, senza però risolvere l'impasse.
Cattedrale S. Trophime ad Arles (Francia)Le testimonianze più antiche identificano Jocelino come nipote di Guglielmo, colui che, parente di Carlo Magno, dopo essere stato al suo fianco in diverse battaglie, si era ritirato a vita monastica e aveva fondato il monastero di Gellone (oggi Saint-Guilhem-le-Désert). Inoltre, se a partire dall'XI secolo incomincia a svilupparsi il culto taumaturgico nella città di Saint-Antoine-L'Abbaye, attorno alle spoglie di Antonio, nello stesso periodo si origina la tradizione che narra della presenza del corpo del santo all'interno dell'abbazia di Lézat (Lézat-sur-Lèze). Quindi i corpi di Antonio, in Occidente, diventano tre, e tali rimarranno fino al XVIII secolo.
Secondo l'Associazione Eugubini (abitanti di Gubbio) nel mondo
Antonio si spense all'età di 105 anni, il 17 gennaio del 356 nel suo eremo sul monte Qolzoum. La Vita di Antonio fu scritta, negli anni immediatamente successivi alla morte, da S. Atanasio, suo amico e contemporaneo, in essa è riassunta la dottrina ascetica del santo eremita. L'opera fu tradotta in latino nel 388 da Evagrio di Antiochia. S. Eutimio, abate in Palestina nel 473, ne fece celebrare la festa il 17 gennaio e fu presto imitato da Costantinopoli e dall'Occidente, dal momento che la fama della sua santità si era già diffusa in tutto il mondo cristiano.
Il luogo della sepoltura di Antonio rimase sconosciuto per circa due secoli. Verso il 561, sotto l'imperatore Giustiniano, fu scoperto il suo sepolcro per mezzo di una rivelazione. Le reliquie, trasportate ad Alessandria furono deposte nella chiesa di S. Giovanni Battista, ma, verso il 635, in occasione dell'invasione araba dell'Egitto, furono portate in luogo sicuro a Costantinopoli. Da qui, nel sec. XI, passarono in Francia, recate da un crociato al suo ritorno dalla Terra Santa.
In Francia, in quel periodo, sorse l'ordine ospedaliero degli "Antoniani" approvato da Urbano II (1088-1099), il Papa che aveva indetto la prima crociata.
A Saint-Antoine-l'Abbaye, la chiesa costruita per accoglierle fu consacrata dal papa Callisto II nel 1119. Vicino ad essa sorse un ospedale condotto dagli Antoniani, che accoglieva numerosi pellegrini che vi si recavano per invocare il Santo che godeva la fama di guarire il "fuoco di S. Antonio".
In seguito, nel 1491, le sacre reliquie furono traslate ad Arles, nella chiesa di Saint Julien et Antonio. Da qui, sul finire del secondo millennio, sono state trasferite nella Cattedrale di Saint Trophime, sempre ad Arles.
Agiografia
Francisco de Zurbarán (1598-1664), Sant'Antonio Abate (via Wikimedia)
L’influenza spirituale di Sant’Antonio abate è stata profonda e duratura, già durante la sua vita e ancor più dopo la morte. La sua figura segnò in modo decisivo la storia del cristianesimo, tanto che anche Sant’Agostino, nelle celebri Confessioni, riconobbe di essere stato ispirato dall’insegnamento dell’eremita egiziano. Intorno a Sant’Antonio abate si sono sviluppate nel tempo numerose leggende e tradizioni popolari, in particolare legate al mondo contadino e alla sua protezione sugli animali domestici, che per secoli hanno rappresentato il principale sostentamento delle famiglie rurali.
Nella biografia “Vita Antonii”, Sant’Atanasio scrive queste parole riferite a Sant’Antonio: “Che fosse dappertutto conosciuto, da tutti ammirato e desiderato, anche da quelli che non l’avevano visto, è un segno della sua virtù e della sua anima amica di Dio. Infatti non per gli scritti né per una sapienza profana né per qualche capacità è conosciuto Antonio, ma solo per la sua pietà verso Dio. E nessuno potrebbe negare che questo sia un dono di Dio. Come infatti si sarebbe sentito parlare in Spagna e in Gallia, a Roma e in Africa di quest’uomo, che viveva ritirato tra i monti, se non l’avesse fatto conoscere dappertutto Dio stesso, come egli fa con quanti gli appartengono, e come aveva annunciato ad Antonio fin dal principio? E anche se questi agiscono nel segreto e vogliono restare nascosti, il Signore li mostra a tutti come una lucerna, perché quanti sentono parlare di loro sappiano che è possibile seguire i comandamenti e prendano coraggio nel percorrere il cammino della virtù”.
Considerato l’eremita più famoso della storia della Chiesa e il padre del monachesimo cristiano, Sant’Antonio abate è entrato profondamente anche nel linguaggio popolare. Ancora oggi alcuni detti ne conservano la memoria: chi subisce una disgrazia improvvisa viene talvolta indicato come colui che «ha rubato il porco di Sant’Antonio», mentre gli approfittatori sono paragonati a chi «va di porta in porta come il porco di Sant’Antonio».
La sua festa, celebrata il 17 gennaio, è tradizionalmente accompagnata in molte zone d’Italia dall’accensione di grandi falò purificatori, noti come “Fuochi di Sant’Antonio”. Le fiamme simboleggiano la vittoria del santo sul demonio e, secondo la tradizione, il fuoco sottratto a satana per essere donato agli uomini. In ambito agricolo, questi falò avevano anche un valore propiziatorio, legato alla speranza di una buona stagione di semina.
Il culto di Sant’Antonio abate si diffuse rapidamente anche oltre i confini dell’Egitto. Quando le sue reliquie giunsero in Francia, nella città di Vienne, venne eretto un santuario in suo onore. Proprio in quel periodo, però, la regione fu colpita da una violenta epidemia di herpes zoster, caratterizzata da forti bruciori. Da questo episodio nacquero diverse tradizioni: si racconta che molte guarigioni avvennero per intercessione del santo, oppure che lo stesso Antonio avesse sofferto nel deserto di atroci ustioni, interpretate come nuove tentazioni o prove spirituali.
A Vienne sorse anche un ospedale dedicato alla cura dei malati, e il Papa concesse alla popolazione di allevare maiali, il cui grasso veniva utilizzato come rimedio per alleviare i dolori provocati dalla malattia. Da qui ha origine l’espressione ancora oggi diffusa di “Fuoco di Sant’Antonio”, con cui si indica comunemente l’herpes zoster, a testimonianza di un culto che ha intrecciato fede, tradizione popolare e storia della medicina.
Iconografia
Matthias Grünewald, Altare di Issenheim per l'ospedale degli Antoniani (via Wikimedia)La popolarità della vita del santo - esempio preclaro degli ideali della vita monastica - spiega il posto centrale che la sua raffigurazione ha costantemente avuto nell'arte sacra. Una delle più antiche immagini pervenutaci, risalente all'VIII secolo, è contenuta in un frammento di affresco proveniente dal monastero di Baouit (Egitto), fondato da sant'Apollo.
A causa della diffusissima venerazione, troviamo immagini del santo, solitamente raffigurato come un anziano monaco dalla lunga barba bianca, nei codici miniati, nei capitelli, nelle vetrate (come in quelle del coro della cattedrale di Chartres), nelle sculture lignee destinate agli altari e alle cappelle, negli affreschi, nelle tavole e nelle pale poste nei luoghi di culto. Con l'avvento della stampa la sua immagine comparve anche in molte incisioni che i devoti appendevano nelle loro case così come nelle loro stalle.
Nel periodo medievale, il culto di sant'Antonio fu reso popolare soprattutto per opera dell'ordine degli Ospedalieri Antoniani, che ne consacrarono altresì l'iconografia: essa ritrae il santo ormai avanti negli anni, mentre incede scuotendo un campanello (come facevano appunto gli Antoniani), in compagnia di un maiale (animale dal quale essi ricavavano il grasso per preparare emollienti da spalmare sulle piaghe). Il bastone da pellegrino termina spesso (come nel dipinto di Matthias Grünewald per l'altare di Issenheim) con una croce a forma di tau che gli Antoniani portavano cucita sul loro abito (thauma in greco antico significa stupore, meraviglia di fronte al prodigio). Tra gli insediamenti degli Ospedalieri è famoso quello di Issenheim (Alto Reno), mentre in Italia deve essere ricordata almeno la precettoria di Sant'Antonio in Ranverso (vicino a Torino) ove si conservano affreschi con le storie del santo dipinte da Giacomo Jaquerio (circa 1426).
Di fronte alla mole delle manifestazioni artistiche che hanno per oggetto la vita del santo, occorre limitarsi ad alcune citazioni.
In numerosi dipinti l'immagine di sant'Antonio è associata a quella di altri santi, in contemplazione spesso di una scena sacra. Ricordiamo ad esempio la suggestiva tavola del Pisanello (ca.1440-50) conservata alla National Gallery di Londra, che raffigura una visione della Madonna col Bambino che appare a un rude e barbuto sant'Antonio, con accanto un mansueto cinghiale accovacciato, e a un san Giorgio elegantemente vestito; e ancora la tavola con il nostro santo accovacciato assieme a san Nicola di Bari di fronte alla scena della Visitazione in una tavola di Piero di Cosimo (circa 1490) conservata alla National Gallery of Art di Washington.
Grande popolarità ebbero anche le scene d'incontro tra sant'Antonio e san Paolo eremita, narrate da san Girolamo. Nel camposanto di Pisa il pittore fiorentino Buonamico Buffalmacco affrescò (circa 1336) – con un linguaggio pittorico popolare e ironico alquanto dissacrante – scene di vita che hanno per protagonisti i due grandi eremiti ambientate nel paesaggio roccioso della Tebaide.
Il tema dell'incontro dei due santi eremiti venne ripreso innumerevoli volte: citiamo la tavola del Sassetta alla National Gallery of Art di Washington (circa 1440), la tela di Gerolamo Savoldo alla Gallerie dell'Accademia in Venezia (circa 1510) e quella di Diego Velázquez (circa 1635) al Museo del Prado. Inoltre lo spettacolare gruppo ligneo scolpito nel '700 dal genovese Anton Maria Maragliano conservato nell'oratorio di Sant'Antonio Abate a Mele (Genova).
Ma l'abate Antonio, per la storia dell'arte, è soprattutto il santo delle tentazioni demoniache: sia che esse assumano – in accordo con la Vita Antonii scritta da Atanasio di Alessandria – l'aspetto dell'oro, come avviene nella tavola del Beato Angelico (circa 1436) posta nel Museo delle Belle Arti di Houston, oppure l'aspetto delle lusinghe muliebri come avviene nella tavola centrale del celebre Trittico delle Tentazioni di Hieronymus Bosch al Museo nazionale dell'Arte antica di Lisbona, oppure ancora quello della lotta, contro inquietanti demoni, scena che fu popolarissima nel XVI e XVII secolo soprattutto nella pittura del Nord.
Tra le opere più conosciute a questo riguardo va menzionata la celebre tavola (ca 1515-20) di Matthias Grünewald che fa parte dell'altare di Issenheim conservato al Musée d'Unterlinden a Colmar. Essa è spesso citata assieme alla irriverente incisione (circa 1480-90) di Martin Schongauer al Metropolitan Museum of Art, New York.
Vanno poi ricordate anche le molteplici Tentazioni dipinte dai fiamminghi David Teniers il Giovane e da Jan Brueghel il Vecchio, con la raffigurazione di paesaggi popolati da presenze demoniache che congiurano contro il santo, mentre sullo sfondo ardono misteriosi incendi (richiamo evidente al fuoco di sant'Antonio); esse segnarono per molti anni un genere imitato da numerosi artisti minori. Molto particolare la versione che ne dà Salvator Rosa nel '600, soprattutto per l'aspetto atipico del demone.
Il tema delle Tentazioni di sant'Antonio riletto con una diversa sensibilità, si ritrova anche in non pochi pittori moderni. Ricordiamo innanzi tutto Paul Cézanne con la sua Tentazione (circa 1875) della Collezione "E. G. Bührle" (Svizzera); poi la serie di tre litografie eseguite (1888) da Odilon Redon per illustrare il romanzo La tentation de saint-Antoine di Gustave Flaubert. Relativamente al XX secolo vanno menzionate le interpretazioni date a questo tema - con scoperta attenzione alla lezione psicoanalitica - da pittori quali Max Ernst e Salvador Dalí, entrambe eseguite nel 1946.
Paul Cézanne, Tentazioni di Sant'Antonio, 1875 circa, EG Bührle Collection, Svizzera (via Wikimedia)
Attributi iconografici
- Croce a Τ (tau), spesso di colore rosso, sulle vesti o all'apice del bastone.
- Bastone (spesso a forma di tau, la lettera 't' dell'alfabeto greco), se raffigurato in abiti monacali, spesso con una campanella.
- Pastorale, se raffigurato in abiti da abate, talora con un campanello.
- Maiale, ai piedi (talora altri animali, come il cinghiale).
- Campanella, in mano o legata al bastone, talora più di una.
- Mitra, se raffigurato in abiti abbaziali, sulla testa, ai piedi o sorretta da angeli.
- Libro delle Sacre Scritture, in mano, generalmente aperto (talvolta ai piedi o sostenuto da angeli).
- Fuoco, sul libro o ai piedi (richiama la protezione del santo sui malati del fuoco di sant'Antonio).
- Serpente, schiacciato dal piede.
- Corona del Rosario, in mano o pendente dal bastone.
- Aquila, ai piedi.
Il Fuoco di Sant'Antonio
Questa malattia fu nel Medioevo molto temuta, essa aveva un andamento epidemico e mieteva numerose vittime. Ma, contrariamente a quanto si crede, tale malattia non è quella che oggi chiamiamo con questo nome.
Oggi con il nome "Fuoco di S. Antonio" si intende un'affezione che colpisce le cellule nervose e si manifesta con fenomeni cutanei localizzati lungo il decorso dei nervi dove compaiono, a gettata e in modo irregolare, gruppi di vescicole simili a quelle della varicella, accompagnate da dolore vivo e alterata sensibilità. Tale malattia è causata dal virus Herpes Zoster (Virus della Varicella).
Nel medioevo il "Fuoco di S. Antonio" indicava una malattia, totalmente diversa, i cui sintomi erano veramente spaventosi, oltre che dolorosissimi. Di essa si distinguevano due forme: quella "convulsiva", che si manifestava con spasmi, convulsioni e allucinazioni e quella "circolatoria", che provocava fortissimi bruciori agli arti a seguito del ridotto apporto di sangue con conseguente disseccamento dei tessuti, gangrena e necrosi addirittura di piedi, gambe, mani e braccia, che talvolta venivano amputati per impedire il diffondersi della malattia o si staccavano spontaneamente senza perdita di sangue: si diceva che gli arti erano consumati dal Fuoco Sacro e diventavano neri come il carbone.
Ovviamente nell'alto Medioevo questi sintomi, non conoscendone la vera causa, venivano attribuiti rispettivamente: a punizioni divine (per la forma circolatoria); a vita dissoluta, peccaminosa oppure a possessioni demoniache (per le forme convulsive). In effetti non si poteva spiegare altrimenti il fatto che intere famiglie o villaggi si ammalassero improvvisamente e con sintomi così terribili. Quindi, in mancanza totale di conoscenze sulle cause reali di tali epidemie, come rimedio, s'invocò, verso il XII secolo, l'aiuto divino di S. Antonio Abate ritenuto protettore contro il fuoco, l'infiammazione e l'epilessia.
Malato di Fuoco di Sant'Antonio nel medioevo. Dettaglio da Mathias Grunewald, Temptation of StAnthony, Unterlinden Museum, Colmar, FranceQuesto fatto richiamò alla tomba del Santo numerosissimi pellegrini e ammalati che invocavano la guarigione dal fuoco che li divorava. Spesso chi si recava in pellegrinaggio otteneva immediati benefici ed anche guarigioni a differenza di chi invocava il Santo, restando a casa propria. Le genti, ovviamente, gridavano al miracolo e non si poteva pensare altrimenti. In realtà, oggi sappiamo che la ragione di tali guarigioni è molto più semplice e molto più naturale: spostandosi dalle proprie zone di residenza i malati si nutrivano con alimenti diversi dai soliti, di conseguenza limitavano o eliminavano totalmente, dalle loro povere diete, un qualche elemento che più tardi fu identificato essere la farina contaminata dal fungo "Claviceps purpurea" detta volgarmente "segale cornuta", unica responsabile della malattia che a questo punto possiamo definire come "intossicazione di origine alimentare provocata dall'ingestione di farine cereali contenenti gli alcaloidi di un fungo", più semplicemente "ERGOTISMO".
Naturalmente come fungo non dobbiamo pensare ai funghi raccolti nei boschi, infatti la "segale cornuta" non assomiglia nemmeno un po' a questi, essendo un piccolo cornetto duro e nero che si forma, dopo un ciclo abbastanza complicato, al posto del chicco di grano contaminato dalle spore fungine, portate dal vento o da insetti. La presenza di questo fungo provoca la presenza nella farina di sostanze (ergotamina e simili) che provocano un'intensa vasocostrizione periferica che, nei casi più gravi, può portare alla gangrena degli arti.
L'intossicazione acuta si manifesta con diarrea, vomito, coliche, cefalea, vertigini, tremori, convulsioni e accelerazione delle contrazioni uterine con conseguenti parti prematuri. L'intossicazione cronica produce difficoltà nel camminare (claudicatio intermittens), dolori muscolari, freddezza, pallore alle dita fino alla necrosi degli arti. Inoltre la segale cornuta, contiene alcune sostanze allucinogene, simili al famoso L.S.D., pertanto è quasi certo che l'ingestione di alimenti confezionati con farina contaminata da Claviceps purpurea fosse la responsabile di molte follie e possessioni collettive, narrate da cronisti medievali.
I primi sospetti della responsabilità di tale fungo si ebbero nel 1125 da parte del dottor R. Dumont, ma la conferma definitiva venne soltanto nel XVI secolo da parte dei medici dell'Universitá di Marburgo. Attualmente gli alcaloidi della Segale Cornuta vengono normalmente usati in medicina nel trattamento dell'emicrania, del morbo di Parkinson e soprattutto in ostetricia per iniziare o accelerare il travaglio, per ridurre l'emorragia e per far riprendere tono all'utero dopo il parto.
Altro testo sul Fuoco di Sant'Antonio
Fuoco di Sant'Antonio nel Medioevo
Tradizone gastronomica legata al culto
Tortelli, dolci tipici della Brianza per la festa di Sant’Antonio abate del 17 gennaio: frittelle con uvetta spolverate di zucchero a velo (di M&A-opera propria, via Wikimedia)La festa di Sant’Antonio abate, celebrata il 17 gennaio, coincide tradizionalmente con l’inizio del periodo carnevalesco, un tempo di festa che precede le restrizioni alimentari della Quaresima. Non a caso, in molte regioni d’Italia questa ricorrenza è accompagnata da consuetudini gastronomiche ricche e abbondanti, legate sia al calendario liturgico sia alla tradizione contadina.
Dolci fritti tipici del periodo, come frittelle, frappe e zeppole, fanno spesso la loro comparsa sulle tavole, insieme a piatti sostanziosi a base di carne di maiale, animale storicamente associato al santo. Il maiale, simbolo di prosperità e sostentamento per le famiglie rurali, è infatti uno degli elementi iconografici e popolari più legati al culto di Sant’Antonio abate.
In particolare, nel Sud Italia è diffusa la tradizione del “sanguinaccio dolce”, una crema densa a base di cioccolato fondente e, secondo l’antica ricetta, di sangue di maiale. Questo dolce, preparato soprattutto nel periodo carnevalesco, rappresenta uno degli esempi più significativi di come la devozione al santo si sia intrecciata nel tempo con la cultura alimentare e con i ritmi della vita agricola.
Attraverso queste usanze gastronomiche, la memoria di Sant’Antonio abate continua a vivere non solo nelle celebrazioni religiose, ma anche nei sapori e nei gesti della tradizione popolare.
Che longevità!
Per l’epoca in cui visse, la longevità di Sant’Antonio abate fu davvero straordinaria. Il santo morì infatti in età molto avanzata, all’età di 105 anni, un dato che colpì profondamente i suoi contemporanei e contribuì ad alimentarne la fama di uomo eccezionale. Una vita così lunga, trascorsa in gran parte nel deserto tra preghiera, digiuno e penitenza, venne interpretata come un segno della particolare protezione divina e della forza spirituale che caratterizzò la sua esistenza.
La tradizione ha spesso letto questa longevità come il frutto di uno stile di vita essenziale, sobrio e disciplinato, interamente orientato alla ricerca di Dio. Anche per questo Sant’Antonio abate è diventato, nel corso dei secoli, un modello di equilibrio spirituale e di resistenza, capace di attraversare le prove del tempo mantenendo intatta la sua fede.
Patronati e dedicazioni
Statua di Sant'Antonio abate collocata sull'omonima chiesa di Tricarico (Matera), via WikimediaSant'Antonio Abate è considerato protettore di:
- macellai,
- salumai,
- norcini,
- canestrai,
- contadini,
- animali domestici,
- eremiti,
- fornai,
- pizzaioli e
- necrofori.
- Inoltre, è invocato contro l’herpes zoster.
Pagina Wikipedia con elenco di 251 chiese dedicate al Santo
La diffusione dell’intitolazione di luoghi sacri a Sant’Antonio Abate
Immagini del Santo nei luoghi sacri
Luoghi/eventi di benedizione degli animali
Preghiere a Sant'Antonio
O glorioso Sant’Antonio abate,
tu che hai amato Dio sopra ogni cosa e
hai lasciato tutto per seguire Cristo sulla via del Vangelo,
ottienici dal Signore la grazia di amarlo con cuore sincero e indiviso.
Tu che sei stato consolatore degli afflitti,
guarisci le ferite dell’anima e del corpo, allontana da noi le insidie del maligno
e proteggi i nostri animali e i frutti della terra.
Intercedi per noi presso il Signore,
perché possiamo vivere nella pace, nella carità e nella fede,
servendo Dio e i fratelli con cuore puro e generoso,
fino a giungere alla gioia eterna del Paradiso. Amen.
(di Autore Anonimo)
O glorioso Sant’Antonio abate,
tu che fin dalla fanciullezza hai praticato le virtù cristiane e,
ascoltando la voce del Vangelo, hai disprezzato ricchezze e onori
per ritirarti nel deserto al solo servizio di Dio, angelo sulla terra,
imitatore di Elia e di Giovanni Battista,
tu che con la preghiera e la penitenza hai respinto gli assalti
delle passioni e gli inganni del demonio,
illuminando le menti e smascherandone la malizia,
volgi a noi il tuo sguardo benevolo.
O primo abitante del deserto, medico fidato delle anime e dei corpi,
illumina le nostre menti, fortifica i nostri cuori e intercedi presso Dio
per la salvezza delle nostre anime.
La tua vita, o Sant’Antonio abate, interamente donata a Dio,
è stata nel mondo come una scala che conduce al cielo:
fa’ che, per i frutti abbondanti della tua penitenza, si spenga
il fuoco delle passioni in quanti ricorrono con fiducia al tuo patrocinio,
invocandoti come: astro splendente di santità, fiore profumato del deserto,
sostegno incrollabile della Chiesa, guida sicura degli erranti,
vanto, gloria e gioia del mondo intero.
Amen.
(di Autore Anonimo)
Immagini
Video
Risorse in rete
- Pagina Wikimedia Commons con elenco di sottocategorie (libri, altari, arte, reliquie, ...) dedicate al Santo
- Proverbi e modi dire legati al Santo
- Bibliografia
- Versione italiana della Vita Antonii (tratto da benedettineitaliane.org via Wikipedia)
- Sant'Antonio e il Sacro Fuoco (tradizioni dei falò nel Sud Italia)
Fonti:
- unitineldono.it
- I santi del giorno ci insegnano a vivere e a morire, Luigi Luzi, Shalom Editrice.
- Il grande libro dei santi, dizionario enciclopedico diretto da C. Leonardi, A. Riccardi, G. Zarri, San Paolo Editore.
- I santi secondo il calendario, prefazione di Gianfranco Ravasi, edizioni Corriere della Sera.
- Martiri e santi del calendario romano, Enrico Pepe, Edizioni Città Nuova.
- I Santi nella Storia. Tremila testimoni del Vangelo, San Paolo Editore.
- Bibliotheca Sanctorum, Istituto Giovanni XXIII, Pontificia Università Lateranense.
- vaticannews.va
- Wikipedia
- Associazione Eugubini nel mondo
- santantonioabate.afom.it
