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Pio X e gli Ebrei: una rivalutazione (parte 3 di 3)

 

 

Ebrei In ItaliaÈ stato sulla penisola italiana, tuttavia, che l’insieme di benevolenza e di cooperazione di Giuseppe Sarto ha contribuito ai risultati più concreti che riguardano la situazione degli ebrei. Al fine di comprendere appieno ciò che ha significato questo contributo, si deve ricordare che a partire dai primi anni 1880 alla fine del secolo scorso c'era stata una campagna antisemita condotta sulla stampa cattolica italiana, che ha coinciso con il pontificato di Leone XIII (36).


L’antisemitismo clericale era essenzialmente un contrattacco indiretto contro il liberalismo italiano e la secolarizzazione ed è stato posto in essere da quelle correnti all'interno della chiesa, i cosiddetti intransigenti e i democratici cristiani, che si opponevano con maggior veemenza allo stato post-unitario. È cessata al tempo stesso che si è ridotto l'anticlericalismo liberale e che clericali e liberali moderati si sono alleati contro il socialismo in difesa degli interessi di classe comuni. La fine della campagna antisemita clericale quindi riflette la transizione tra l’età umbertina, caratterizzata dall’attrito Chiesa/Stato, all'epoca giolittiana segnata da un riavvicinamento che si conclude con il Patto Gentiloni del 1913 (37).


Due ulteriori fattori hanno contribuito all'abbandono da parte della chiesa italiana dell’antisemitismo politico nei primi anni del 1900. Uno era l'ascesa al pontificato di Giuseppe Sarto nel 1903. L'altra era la posizione conciliante di un buon numero di personaggi pubblici ebraici su questioni di chiesa e stato. Il ruolo di Pio X in questo ri-orientamento della politica è stato duplice. Non possono essere sottovalutati il suo atteggiamento personale verso gli ebrei e la pratica cooperazione con loro. Inoltre, egli stesso era un grande architetto della riconciliazione cattolica con lo Stato italiano. Questa riconciliazione, in termini generali, ha scoraggiato l’antisemitismo clericale integrando i cattolici nel sistema politico italiano e, in termini specifici, ha portato alla formazione di coalizioni locali clerico-moderate con la partecipazione ebraica e il supporto cattolico attivo ai candidati politici ebrei.


Almeno dal 1895, quando era patriarca di Venezia, monsignor Sarto ha promosso una alleanza clerico-liberale del governo municipale, di cui uno dei componenti è stato l’avvocato ebreo conservatore Grassini, spinto personalmente dal cardinale (38). Da papa, ha parzialmente revocato il non expedit nel 1904 e nel 1909. Nel 1913, questo divieto di lunga data è stato abolito per tutti gli scopi pratici, quando l'Unione Elettorale Cattolica ha appoggiato candidati parlamentari che hanno sottoscritto un programma in sette punti, che comprendeva supporto all'insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e l'opposizione al divorzio (39).


Da parte loro, molti personaggi politici ebrei dell’Italia liberale avevano manifestato uno spirito accomodante verso la chiesa ed erano disposti a partecipare ad alleanze clerico-moderate. Osservatori contemporanei informati concordano che l'ebraismo italiano è stato nel complesso monarchico e conservativo nel sentimento (40). Inoltre, la maggioranza dei membri ebrei del parlamento dalla unificazione della penisola alla prima guerra mondiale erano liberali moderati o conservatori. Molti di questi politici hanno adottato la politica moderata conciliante della destra sugli affari della chiesa, dal supporto quasi unanime accordato dai deputati ebrei alla Legge delle Garanzie Papali nel 1871 alla proposta del 1909 di Luigi Luzzatti che i sindacati cattolici fossero rappresentati nel Consiglio Superiore del Lavoro (41).


Dato questo contesto, non avrebbe dovuto essere di alcuna sorpresa che gli ebrei partecipassero alle coalizioni anti-sinistra clerico-moderate che venivano formate alle elezioni comunali italiane all'inizio del secolo. Chiamati spregiativamente ‘Cristianelli del Ghetto’ dalla stampa sionista contemporanea, questi politici ebraici locali hanno unito le forze clericali per arginare la marea radicale e socialista a Mantova, Modena, Milano e Venezia (42). Nelle elezioni nazionali del 1913, il partito clericale ha dato il sostegno ufficiale ai candidati ebrei in almeno quattro distretti elettorali: Gino Ravi (Conegliano), Elio Morpurgo (Cividale), Ernesto Artom (Castelnuovo di Garfagnana), e Leone Romanin Jacur (Piove di Sacco). Quei comitati elettorali cattolici e i lavoratori agricoli (nel caso di Romanin Jacur, parroci coordinati dal vescovo di Padova) che avevano supportato attivamente candidati ebrei al Parlamento erano un segno dei tempi che sarebbe stato impensabile appena venti anni prima (43). Era dovuto alla convergenza di diversi fattori, non ultimo dei quali è stata la presenza di Giuseppe Santo sul trono di San Pietro.


È interessante ipotizzare il motivo per cui Pio X ha dimostrato un tale atteggiamento benevolo e ha agito in modo così positivo nei confronti sia di singoli ebrei che del popolo ebraico. Si potrebbe sostenere che non era che un aspetto della sua "santità", e in effetti questo argomento è stato esplicitamente proposto durante il processo della sua beatificazione e canonizzazione, quando i suoi rapporti con gli ebrei sono stati portati avanti come un esempio della virtù della carità (44). Lo scopo qui, ovviamente, non è agiografico. Ai fini di una indagine storica sarebbe più pertinente considerare l’ambiente rurale di origine del Sarto e la sua provenienza regionale. Tuttavia, il suo Veneto nativo, che era la roccaforte della militanza cattolica, era anche un punto focale dell’antisemitismo clericale alla fine del XIX secolo, e la propaganda anti-ebraica era ampiamente diffusa nelle campagne (45).


Vita rurale a RieseVita rurale a Riese, con sullo sfondo la casa natale di Pio XSe la sua umile origine rurale ha a che fare con il suo comportamento successivo, potrebbe essere nella misura in cui ha stabilito che il primo contatto di don Sarto con veri ebrei, concentrati soprattutto nei centri urbani, sarebbe stato con la famiglia Jacur durante la sua permanenza di otto anni a Salzano. Quindi avrebbe potuto essere questa relazione precoce, molto positiva, e completamente fortuita che ha formato l'atteggiamento di Giuseppe Sarto e ha segnato il suo comportamento nei confronti degli ebrei nelle fasi successive della sua carriera ecclesiastica e di papa. Infine, non si dovrebbe ignorare che questo atteggiamento e comportamento, in particolare per quanto concerne la cooperazione politica, era anche un prodotto di interesse personale illuminato da parte di un pontefice che, nonostante la sua bonaria aura contadina, era preminentemente un "papa politico".


All'inizio del presente saggio, abbiamo insistito che le parole e le azioni di Pio X siano interpretate nel contesto del suo tempo e luogo, cioè, l'Italia dall'unità alla prima guerra mondiale, con le sue correnti sotterranee di storia Cattolica Italiana e Ebraica Italiana. Nella misura in cui Giuseppe Sarto ha mantenuto rapporti personali cordiali e duraturi con gli ebrei, basati sulla stima, l'amicizia e la collaborazione negli sforzi comuni, egli era un tipico rappresentante di molti altri italiani del post-Risorgimento. Tipico è anche il fatto che, pur rispettando gli ebrei a livello individuale e sociale, Pio X era preoccupato della conversione del popolo ebraico e, va da sé, considerava il cristianesimo nella sua forma cattolica romana come l'unica vera fede. Non che la maggioranza degli italiani cattolici fossero "pescatori di anime".


Tuttavia, nell’Italia liberale era abbastanza comune trovare una curiosa miscela di rispetto e anche di simpatia verso l’Ebreo individuale, concreto e esistenziale, con un disprezzo per il giudaismo come religione e come sistema etico. Questa combinazione paradossale pervadeva il trattamento di soggetti ebrei nella letteratura del periodo, e ha sottilmente incoraggiato l'assimilazione, l'irreligione, e l'apostasia tra gli ebrei italiani (46). Anche se va sottolineato che non c’è assolutamente alcuna prova che Pio X abbia mai detto alcunché per denigrare esplicitamente la fede ebraica, tuttavia, in tono minore, le sue parole e azioni si inseriscono in questo atteggiamento tipicamente italiano di fronte agli ebrei.

 

 


Riferimenti:

  1. Riguardo questa campagna, vedi Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, 2a ed. (Torino 1972), pp. 30-42; Andrew M. Canepa, "Cattolici ed ebrei nell'Italia liberale (1870-1915)", Comunità 179 (Aprile 1978): 43-109, Canepa, "Christian Jewish Relations in Italy from Unification to Fascism", in The Italian Refuge: Rescue of the Jews during the Holocaust, ed. Ivo Herzer (Washington, D.C., 1989), pp. 13-33.
  2. Vedi Canepa, "Cattolici ed ebrei," pp. 104-109.
  3. Sarfatti, Acqua passata, p. 45.
  4. Riguardo questo accordo vedi Gabriele De Rosa, II movimento cattolico in Italia, vol. 1: Dalla Restaurazione  all’età giolittiana (Bari, 1966), cap. 19 e Frank J. Coppa, "Giolitti and the Gentiloni Pact between Myth and Reality", Catholic Historical Review 53 (1967): 217-228.
  5. Vedi Honoré Mereu, "Les Juifs en Italie", Bibliothèque universelle, 3a Ser., 26 (1885): 160-161; Righini, Antisemitismo e Semitismo, pp. 226-229; Graco (pseud.), Antisemitismo e semitismo (Padova, 1901), p. 12; Enzo Levi Memorie di una vita (1889-1947) (Modena, 1972), pp. 13-14.
  6. Vedi Canepa, "Cattolici ed ebrei", pp. 107-108.
  7. Vedi "I cristianelli del ghetto", L’Idea sionista 7 (1907): 25-28; La Provincia di Mantova, 18 Giugno e 9 Luglio 1903; Il Corriere israelitico 39 (1900-1901): 182 e 49 (1910-1911): 172; L'Adriatico (Venezia), 1, 18, e 19 Feb. 1904.
  8. Descritto nella lettera di Pio X citata al n. 35.
  9. Sacra Rituum Congregatio, Beatificationis et canonizationis, pp. 94-95, 97.

 

 


Andrew M. CanepaFonte: Andrew M. Canepa, Pius X and the Jews: A Reappraisal, Vol. 61, No. 3 (Sep., 1992), pp. 362-372, Published by: Cambridge University Press on behalf of the American Society of Church History

Traduzione di Franco Pellizzari.

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